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Benedetto XVI nuovo Papa

pavelic.jpg (29196 byte) Joseph Ratzinger è un uomo che ha sempre riservato sorprese. In questi ultimi anni lo conosciamo quale custode inflessibile dell'ortodossia non solo della dottrina, ma anche della morale cattolica. Sempre censore, sempre disposto a intervenire contro i movimenti del divenire che interpreta quali storture eretiche. Ma non è sempre stato così. Senza Ratzinger non disporremmo né di Kung né di Boff. I cattolici, di fatto, non dispongono più di Boff: ed è colpa di Ratzinger. Maestro e interlocutore di questi due fondamentali teologi contemporanei, Ratzinger si è progressivamente trasformato nel loro più acerrimo avversario e nel loro fustigatore curiale. Eppure fu l'autore del documento che ribaltò le sorti del Concilio Vaticano II, letto dal cardinale Frings.
Luci e ombre (più le seconde che le prime) contrastano il profilo del nuovo pontefice, Benedetto XVI. Una dottrina sociale reazionaria entra in antagonismo con un'illuminata propensione all'interiorità dell'esperienza cristica, di elevata intensità non unicamente teologica, ma addirittura mistica. La scelta onomastica, poi, appare quasi sconcertante per chi riconosce in Ratzinger le durezze dei tratti conservatori: Benedetto XV è passato alla storia come il pontefice che si oppose strenuamente e clamorosamente alla Grande Guerra.
Non avremo un papa socialista, poco ma sicuro. Però forse i cattolici avranno un papa dell'interiorità, il che - a nostro modestissimo giudizio - male non dovrebbe fargli. Che papa avrà Bush, poi, sarà da vedere. Certo, il nome promette bene - ma non a Bush.
Da un lato, la scelta del nome ha riflessi politici. Se il riferimento è a Benedetto XV, la prima cosa che salta in mente è l'anatema antibellico di quel pontefice, il celeberrimo "guerra inutile strage".
Ratzinger non può non avere riflettuto sulla scelta di un nome del genere in un momento tanto delicato della storia planetaria. Fu lo stesso Ratzinger a sconfessare chi vedeva in lui un possibile appoggio ai neoconservatori in Vaticano: dopo il primo bombardamento in Iraq, definì senza mezzi termini "guerra ingiusta" quella scatenata dagli Usa contro Baghdad. E tuttavia non è possibile annoverare questo apparentemente mite pastore tedesco tra i fauturi del pacifismo che ci piace. Un pacifismo che ci piace è radicale, ma la radicalità che ci piace non è quella che gusta a Ratzinger. Discettando con Marcello Pera (operazione che va annoverata tra i miracoli per una futura santificazione), nel libro Senza radici, l'allora porporato tedesco accusava il pacifismo contemporaneo di essere frutto del relativismo, che egli ha eletto a sua bestia nera (a Bestia del tutto, sia chiaro). Il relativismo porterebbe ad anarchia e a sconfitta della libertà. Non una parola sul fatto che il relativismo è di per sé un degno assolutismo alternativo (con parecchi benefici) all'assolutismo cattolico. Il relativismo, vissuto nei fondamenti, esprime una morale limpida e cristallina che ha tutto il diritto di coesistere con le posizioni ecclesiastiche. Non così per Ratzinger. Egli non vede nel relativismo il perno vivificante di una comunità: per lui si tratta del Leviatano.
Del resto, la posizione teologica del nuovo papa Benedetto XVI è di un estremismo che risulta irritante alle altre confessioni religiose, oltre che agli atei. Nessuna verità è data fuori dalla Chiesa cattolica. Questa è la più interna lotta antirelativistica che Ratzinger combatte da decenni. Si tratta della radicalità del messaggio cristico, interpretato in quel di San Pietro. Per Ratzinger è fondamentale ribadire che la verità è il Cristo papale papale, pena ridurre la Chiesa a un fatto storico tra fatti storici, il Cristo ad avatar qualunque, a profeta o santo o maestro ma non a quel figlio unico e prediletto che Iddio ha mandato sul pianeta. Questo discrimine è pericoloso non soltanto politicamente, ma anche metafisicamente. E' la tentazione diabolica (cioè: portatrice di divisione) che i monoteismi subiscono periodicamente e che fa dell'ecumenismo un miraggio o, se realizzato, un Sant'Uffizio.
E' però impossibile ignorare che il richiamo implicito nell'assunzione del nome di Benedetto risiede in una prospettiva non semplicemente storica. In questo caso va richiamato San Benedetto, orante e lavorante. Sono moltissimi gli interventi che Ratzinger, nel corso della sua movimentata vita ecclesiastica, ha dedicato al lavoro: sempre interpretandolo come lavoro interiore. Il nuovo pontefice si laureò su Sant'Agostino, il cui neoplatonismo non è sempre risultato vincente nell'interpretazione via via data circa il valore delle Confessioni. Agostino è il santo che enunciò la pratica meditativa cristiana: "Noli foras ire. Redi in te ipsum. In interiore homine habitat veritas". Un richiamo alla trasformazione interiore che trova precisi riferimenti in qualunque metafisica contemplativa.
A fonte di questi fronti aperti (quello esterno, che è politico e morale; quello interno, che è contemplativo) non si conosce ancora la strategia di scelta o di equilibrio che adotterà Benedetto XVI. Non è detto che un pontificato dedicato alla riscoperta delle pratiche contemplative risulti necessariamente retrogrado. Se circa le riforme, ci si attende una rivoluzione sessuale propalata dal Vaticano, il problema non è Ratzinger, ma la Chiesa tutta, ed è quindi inutile costringere il pontefice tedesco nell'immaginetta del reazionario contro cui lanciare strali. Per chi è interessato alle cose cattoliche, sarà più opportuno scrutare l'eventualità che emerga un lato nemmeno mistico, ma proprio metafisico nei messaggi e nelle pratiche che Ratzinger dimostrerà di agire.
Del resto, i mangiapreti non si occupano di fede interiore, ma di manifestazione politica della stessa. Quanto a questa militanza, sapete sempre dove trovarci.
Ed è proprio a tale proposito che pubblichiamo un articolo del vaticanista dell'Espresso, Sandro Magister, sulla richiesta di Ratzinger di non concedere al candidato democratico americano John Kerry la comunione: sta tutto in questo atteggiamento il rischio di assistere a un pontificato oscurantista, dominato da colui di cui il teologo Hans Kung ha detto: “Il cardinale Ratzinger ha paura. Proprio come il Grande Inquisitore di Dostoevskij, non teme nient’altro che la libertà”.Detto cio' non ci resta che augurarci che nessuno inizi a sentire nostalgia per le innumerevoli scellerataggini di epoca medievale.